Nella puntata precedente: un bambino di Milazzo, le isole Eolie viste dalla plancia di un aliscafo, un padre che non si arrende e un primo corso di vela. Poi, la fine degli istruttori.
Allora gli sport “veri” erano il calcio, il basket, la pallavolo. La vela era una passione che agli occhi di molti sembrava strana. D’inverno, mentre i miei compagni coltivavano altri sogni, io coltivavo il mio. Uscivo in mare da solo, con qualsiasi condizione meteo. Imparavo da solo, sbagliavo da solo, mi rialzavo da solo.
Quegli anni, però, li ricorda meglio di me Alberto Bonaccorsi. Lascio la parola a lui.
«Finito il primo corso, Davide prese parte alle regate della Coppa Sicilia. Le barche iscritte erano 99. Tra gli allievi del circolo fu lui a farsi avanti, lasciandosi alle spalle velisti esperti di altri circoli.
Il nostro circolo, nella Settima Zona FIV, quella siciliana, era un po’ la Cenerentola. Andavamo in mare con barche di seconda, se non di terza mano. La sera prima delle regate le aggiustavamo, recuperando un pezzo da una e uno dall’altra per farne una più completa. Sulle vele bucate, cerotti. E Davide, incredibile a dirsi, riusciva a fare numeri.
Ho il piacere di ricordare quanta passione ci fosse: due Optimist, uno sopra l’altro, legati sul tettuccio dell’auto. E dei genitori veramente bravissimi, che sostenevano il figlio in ogni modo.
A 15 anni scese dagli Optimist e salì sui Laser, e anche lì fece faville alle sue prime regate. A Reggio Calabria sbaragliò tutti, anche velisti più grandi di lui, che praticavano la vela da tantissimi anni.»
Fin qui Bonaccorsi. Da qui in poi torno a parlare io.
Di quegli anni ci sono ricordi che non sono nelle parole di nessun altro. Il più doloroso è piccolissimo: un panino.
Alle regate non avevo un istruttore. Così mio padre, prima di partire, lasciava il sacchetto con il mio panino a un istruttore di un altro circolo, perché potessi mangiarlo tra una prova e l’altra.
E tra una prova e l’altra succedeva sempre la stessa cosa. Tutte le barchette si radunavano intorno al gommone del loro istruttore. Si stringevano, mangiavano, ascoltavano i consigli. Erano un gruppo. In mare e a terra.
Io no.
Io restavo un po’ più in là. Cercavo di tenermi abbastanza vicino da sentire anch’io quei consigli, e intanto mangiavo il panino che mi passava un istruttore che non era il mio. Pochi metri di distanza, che sembravano niente. E invece erano tutto.
Non mi faceva male il panino. Mi faceva male essere l’unico a non far parte di niente. Mentre gli altri ragazzini facevano gruppo, in acqua e a terra, io ero solo.
Oggi lo so: forse è cominciata lì, molto prima della Transat, la mia navigazione solitaria. In una barchetta, a pochi metri da un gommone che non era il mio.
Poi c’è un giorno di dicembre.
Da qualche mese ero passato alla classe successiva, con un Laser usato da riverniciare e da sistemare. Non era una barca qualunque: era la mia prima barchetta personale, quella che i miei genitori avevano comprato con tanti sacrifici. Quel giorno scuffiai, e dopo la scuffia l’albero si spezzò. Senza albero la barca non poteva più portarmi a riva, e sarebbe andata alla deriva. Lasciarla andare? Non ci pensai nemmeno.
Presi la scotta della randa, me la legai al fianco e cominciai a nuotare verso riva, trascinandomi dietro la barca. Era dicembre. L’acqua era gelida. Arrivai a pelo sulla spiaggia, con i crampi alle gambe per il freddo. Ma con la mia barca. Con la barca dei miei genitori.
Forse è proprio lì, in quell’acqua di dicembre, che comincia davvero la storia di un navigatore.
Sui Laser, però, mi fermai a metà strada. Ero minuto, troppo leggero per gestire la vela più grande dei Laser standard, e dovetti fermarmi ai Radial. Una porta si chiudeva. Ne cercai un’altra: la vela d’altura.
Continua nella prossima puntata. Quella porta si chiudeva. Ma quella che si aprì mi avrebbe portato lontano, e mi avrebbe dato una seconda occasione con i bambini del mio circolo.