Nella puntata precedente: da un bambino senza istruttori a un uomo diviso tra il lavoro e il mare. Poi, il novembre 2025: Il Veloce, la regata più lunga del Mediterraneo, e un risveglio con la febbre.
La mattina della partenza mi svegliai con la febbre a 39.
Avevo appena superato due giorni di qualifiche, e il mio corpo mi presentava il conto proprio all’alba del via. Le previsioni davano temporali. Ma io, da bambino, avevo imparato una cosa: a farcela con le mie forze, anche quando tutto sembra contro. Senza istruttori. Con le barche rattoppate. Con l’acqua gelida di dicembre.
Partii lo stesso.
Le previsioni non sbagliavano. Per cinque giorni, fino alla Sicilia, i temporali ci accompagnarono a colazione, a pranzo e a cena, e un vento da Sud ci costrinse a una faticosa bolina.
Poi, finalmente, la Sicilia. La mia Sicilia. Ci scaldò con giornate bellissime e poco vento, come per regalarci un respiro prima della parte più dura.
Arrivati sul tacco dello stivale cominciò la volata finale. Dopo mille miglia, eravamo ancora in sette barche a navigare a vista l’una dall’altra come se fossimo partiti da poche ore. Vicino a Brindisi il resto della flotta puntò dritto verso la Croazia. Noi scegliemmo una rotta più sotto costa. Una scelta che sorprese tutti: alla strambata decisiva ci ritrovammo davanti all’intera flotta.
Poi, in Adriatico, arrivò quello che le previsioni avevano annunciato: 40 nodi di Scirocco, con quell’onda corta e formata che solo l’Adriatico sa creare. Il cielo nero, la notte nera.
E dentro di me, una strana sensazione.
Forse era la poca lucidità, la stanchezza di dieci giorni di navigazione estenuanti. Fatto sta che non mi sentivo sicuro. Controllavo la rotta ogni cinque minuti, anche se davanti a noi non c’erano isole né terraferma. Cercavo ogni dettaglio, ogni piccolo segnale, per capire se a bordo fosse tutto a posto. Non potevamo mollare la prima posizione: l’intera flotta era alle nostre spalle, e aspettava il minimo errore per riprenderci.
Io e Fabri stringemmo i denti. Tirammo la barca al massimo, sempre, senza mollare, guadagnando miglio dopo miglio.
E poi finimmo il giro. Primi. Gli Isolani avevano vinto!
Quando finalmente potei sentire casa, scoprii che in quei giorni non ero stato solo. I miei genitori, che oggi non sono più giovani, non potevano essere lì al mio arrivo, ma non mi avevano lasciato un minuto. Mi seguivano dalla Sicilia attraverso i tracker che avevamo a bordo. Mia madre mi raccontò che di notte si svegliava, svegliava mio padre e gli chiedeva com’era il meteo, come stava andando la barca.
Gli stessi genitori che, tanti anni prima, mi avevano portato a quel primo corso di vela. Lo stesso padre che mi portava a pescare, che mi aveva portato sugli aliscafi e aveva garantito per me a un presidente di circolo. Nelle notti di quella regata era sveglio per me, a casa, con il pensiero tutto lì, sul mare con me.
Intanto, a Palermo, il Circolo della Vela Sicilia, di cui sono atleta, festeggiava il mio successo. E tutte le persone a me care esultavano per il risultato. Il bambino di Milazzo che si allenava da solo d’inverno, con barche rattoppate e senza istruttori, aveva vinto la regata più lunga del Mediterraneo.
Ma quel bambino non ha mai smesso di guardare l’orizzonte. E il prossimo è il più grande di tutti: l’Atlantico. Da solo. Proprio come quel bambino un po’ più in là, con il suo panino in mano.
Per capire perché, bisogna andare avanti.
Nella prossima puntata: perché la Transat.